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1935- Mozzetta David Berti
Sono nato a Scarperia nel 1955 in una piccola stanza al primo piano di un appartamento di due stanze, in Via Roma n. 104. E’ un Mercoledì mattina, sono le 6:00, il parto è molto faticoso, ed è per questo che non ho fratelli.
Mio Padre, Alvaro, coltellinaio di terza generazione, figlio di Severo e nipote di David. Non ho conosciuto David, pare fosse un uomo sveglio e determinato oltre che molto serio, c’è chi sostiene di non averlo mai visto fare una risata.
D’altra parte la primogenita, dei quattro figli avuti Da Ersilia Savi, anche lei appartenente ad una famiglia di coltellinai scarperiesi, è stata chiamata Severa ed il secondo nato Severo, i due successivi, forse addolcito dall’età Bruno ed Anna.
Mio nonno Severo non duro come il padre, ma ha tenuto fede al suo nome e fino all’età di 78 anni è stato capo indiscusso delle Coltellerie Berti.
Curiosamente aveva sposata Valentina Sartini, figlia di una famiglia di forbiciai scarperiesi, una donna energica, solare, che amava la vita ed il viverla, generosa non attaccata alle cose materiali.
In anni in cui era difficile emanciparsi per una donna è stata capace di mettere su una attività di Ricami Fiorentini che ha avuto un successo economico maggiore di quella del marito, anche se non si poteva dire.
Mio Padre prende il carattere da Valentina è un uomo estroverso, con spirito imprenditoriale; aveva intuito che fare il coltellinaio nel secondo dopoguerra non sarebbe stato facile, mentre iniziare una piccola impresa edile, in quegli anni sarebbe stato semplice e fruttuoso (in subordine avrebbe voluto aprire una falegnameria), ma il padre non glielo ha permesso e lui ha malvolentieri ubbidito.
Mia Madre Adriana Martini è figlia di contadini, affittuari e non mezzadri, perché il padre Giuseppe non amava la dipendenza dal padrone che sottintendeva un rapporto di mezzadria.
Una donna semplice, crescita in campagna, in anni duri tanto da fargliela odiare, non aveva potuto studiare, neppure la scuola dell’obbligo, perché anche da bambina doveva aiutare il padre ed abitavano lontano (2,5 Km.) dal paese e dalla scuola.
Ho fatto il liceo scientifico attraversandolo tutto il periodo delle scuole primarie e secondarie con buoni risultati, ho sempre amato la matematica e la fisica. Dopo la licenza liceale mi sono iscritto alla Facoltà di Ingegneria di Firenze, corso di studi in Ingegneria civile.
Fino da bambino il mio quasi unico gioco erano delle costruzioni con mattoncini in plastica, Plastic City, con le quali realizzavo delle case cercando di curarle nei minimi dettagli.
Una serie di circostanze, con mia grave responsabilità, mi hanno portato, oramai prossimo alla laurea, ad abbandonare gli studi e ad entrare nella Bottega di Famiglia nel 1983.
La ritengo una scelta sbagliata, ma in quel contesto in quella situazione psicologica ed emotiva non sono stato capace di agire altrimenti.
Prima di abbandonare gli studi di Ingegneria avevo avuto qualche collaborazione con uno studio di architettura per progettare qualche villetta e poco altro, ma non essendoci prospettive in tale direzione e visto che nel 1982 mi ero sposato con Paola, unico grande Amore della mia vita, decido di entrare nella Bottega di Famiglia per trovare una facile fonte di reddito nell’attesa di decidere come impostare la mia vita lavorativa.
Vale la pena di raccontare l’incontro con Paola, che nonostante la tenera età nella quale si è realizzato è stato per me un colpo di fulmine: erano le 7:30 del 1° Ottobre del 1969, primo giorno di scuola, stavo iniziando il Liceo Scientifico. La scuola si trovava a Borgo S. Lorenzo ed ero appena salito sull’autobus di color caffellatte, parcheggiato nel centro della Piazza dei Vicari a Scarperia. Lo guidava un omone dal nome Carniani, dal finestrino osservavo i ragazzi e le ragazze, alcune accompagnate dalle madri, che sciamavano verso quel piccolo autobus. Quando stavamo per partire sale correndo una ragazza, in evidente ritardo, ed appena salita dalla porta alle mie spalle quasi grida “Cia sei una carogna”; stava rimproverando la sua amica Lucia perché era passata davanti a casa sua senza suonarle il campanello, come avevano concordato, lei la aveva aspettata rischiando di perdere l’autobus. Mi giro attratto da tanta veemenza e vedo una ragazzina, piccola rossa in volto, per la corsa, rossastra di capelli raccolti in una lunga treccia, vestita con un tailleur in velluto giallo ocra ed una borsa in tela con la scritta U.S. Army come andava di moda allora per contenere i libri. Non ho notato le scarpe, ma tutto il resto lo vedo ancora come se fossi ancora su quell’autobus. Vedo il suo viso, la sua espressione, non posso non pensare che a quel che si chiama “colpo di fulmine”, qualcosa di irrazionale, anzi irragionevole vista l’età. Nei giorni seguenti vengo a sapere che fa la seconda B ed appartiene ad una Famiglia di proprietari agrari importanti.
Goffo ed imbarazzato, è ancora oggi una mia caratteristica, solo nel mese di marzo (1970) riesco a chiederle se voleva “stare con me”. Eravamo nel post ’68, la parola “fidanzamento” ci sembrava preistorica. Pochi mesi dopo inizio a frequentare casa sua, i suoi genitori, in maniera trasparente e chiara, ma senza formalità.
Da quel marzo siamo stati insieme in maniera assidua: durante la ricreazione a scuola la raggiungevo in classe, in autobus viaggiavamo accanto, durante il giorno ci vedevamo regolarmente alle 18 finiti i compiti e restavamo insieme fino all’ora di cena che con fatica sono riuscito a far spostare dalle 19:00 alle 19:30 perché come in ogni famiglia di coltellinaio anche a casa mia si cenava alle 19:00.
Sabato, Domenica, Feste e Vacanze sempre insieme. A distanza di 56 anni non riesco ad immaginare la mia vita senza di lei, nonostante possa garantire che non ha un carattere facile, è più dura che dolce, ma …… non so come spiegare la magia del nostro rapporto.
Tornando al mio ingresso nella Bottega di Famiglia nel 1983, oramai sposato da un anno, mi son ben presto reso conto che le Coltellerie Berti, così come erano, ci avrebbero mantenuti nella situazione di sottoproletariato che ben conoscevo, ed ho iniziato ad immaginare che la vecchia Bottega Berti, che percepivo ottocentesca, potesse modernizzarsi e pur rimanendo artigiana diventare più vicina agli anni che stavamo vivendo. La modernizzazione non doveva riguardare il processo produttivo, che per un artigiano era adeguato, ma la gestione vera e propria.
Inizialmente prepararmi a diventare Artigiano non aveva un significato particolare. Non era una scelta meditata, ideologica, semplicemente era una opportunità a disposizione che ho accettato.
L’Artigianato, in quegli anni, per me non aveva contenuti metafisici e non sentivo la necessità di fare ricerche ontologiche su di esso.
Essere Artigiano era una cosa semplice e concreta, era fare quello che avevo visto fare a mio padre per tutta una vita:
alzarsi presto al mattino, arrivare per primo in “Bottega” tirare su l’interruttore generale dell’energia elettrica, lavorare tutto il giorno, a fine giornata riporre su uno scaffale il frutto del proprio lavoro nell’attesa che qualcuno prima o poi passi per acquistarlo, tirare giù l’interruttore generale dell’energia elettrica, tornare a casa.
Più tardi le circostanze mi hanno condotto in ufficio, dove ho trovato una scrivania degli anni ‘20 del novecento ed una sedia, un telefono, una macchina da scrivere Olivetti Lettera 32, una calcolatrice meccanica a manovella sempre Olivetti ed infine una rubrica con l’elenco dei clienti e dei fornitori (che conservo ancora) scritti a matita così che si potessero cancellare i vecchi per inserirne di nuovi.
Gli ordini arrivano per lettera, scritta quasi sempre a mano, su un foglio piegato per offrire quattro facciate, delle quali tre e mezza erano utilizzate per aggiornarci sulla vita della famiglia dello scrivente e chiedere informazioni su di noi, mettendo in calce poche righe per ordinare, in qualche caso, anche migliaia di coltelli.
Non c’è voluto molto per capire che un siffatto modo di procedere doveva essere ripensato; rapidamente in ufficio è arrivato un telefax, una fotocopiatrice ed un computer AMGA 32 programmabile in Basic ed accompagnato da una stampante ad aghi 120 colonne. Il tutto adeguato a quanto potevo spendere.
Forte del mio bagaglio di studi fatti con serietà e successo, non è stato difficile realizzare in Basic i programmi per la gestione della prima nota di contabilità ed emissione e stampa dei documenti contabili, gestione delle banche, degli ordini ai fornitori e stampa di listini illustrati.
Prima ancora di dotarsi di strumenti di gestione più moderni è stato necessario organizzare un sistema di codici per individuare tutti i nostri prodotti, semilavorati e materiali acquistati al fine di poterli gestire elettronicamente con tutti i vantaggi di controllo che questo avrebbe comportato: dall’analisi dei costi di produzione alla gestione del magazzino.
Dunque La modernizzazione dell’ufficio come primo passo per la modernizzazione della gestione della “Bottega” di Famiglia. Consideravo invece, in quel periodo, impossibile intervenire sul prodotto, sul processo e sulle attrezzature, poiché mio padre e suo fratello nonostante avessero più di 50 anni erano solo da due anni liberi di agire, fino ad allora il padre Severo, aveva gestito la Bottega secondo il suo indiscutibile modo di vedere. Sarebbe stato decisamente inopportuno e generatore di dannose tensioni intervenire in quell’ambito che era finalmente diventato di loro competenza e che per Artigiani di quella generazione rappresentava l’essenza della “Bottega”, tutto il resto, ciò che avveniva oltre la porta che divideva la produzione dall’ufficio era cosa necessaria, ma non importante.
Nello stesso periodo entrai a far parte del Centro di documentazione e Ricerca sui Ferri Taglienti, promosso dal Comune di Scarperia, incontrando persone che hanno contribuito molto nel determinare le scelte che avrei presto fatto.
Sono iniziati anni di studi e di viaggi per conoscere la produzione coltellinaia artigianale e in Italia ed all’estero. Piano piano, nella nebbia nella quale muovevo i miei primi passi da Artigiano, cominciai a vedere una piccola luce, una meta verso la quale camminare, non era chiaro di cosa si trattasse, totalmente incognita la strada per raggiungerla, era il desiderio di “tornare indietro” abbandonare le produzioni scarperiesi, imbastarditesi negli anni ’60 del novecento, e recuperare la più pura tradizione. In quel momento nessuno offriva qualcosa di simile, la tensione dei produttori di allora, a Scarperia ed altrove, era orientata ad offrire il massimo della tecnologia applicata alla coltelleria proponendo da coltelli semplici e molto economici fino a coltelli costosi, tecnologici dalle prestazioni elevatissime. A fianco di queste produzioni, prevalentemente industriali, si osservava anche la nascita di “super” Artigiani produttori di quei coltelli che sarebbero stati chiamati “custom” ovvero fatti su commessa dell’utilizzatore finale.
Nel 1987 si apre la possibilità di entrare in società con mio padre, sostituendo il fratello che era intenzionato a ritirarsi per età e mancanza di continuità generazionale.
Individuo nella possibilità di affiancare la vendita dei nostri prodotti con una parte di prodotti da taglio commercializzati. Non la considero una attività strategica, non mi piace fare il commerciante, ma è l’unica tattica a mia disposizione per cercare, rapidamente del denaro da spendere nel rilancio dell’attività di produzione.
Pur non disponendo ancora di dati numerici sulla redditività della nostra produzione era chiaro che con essa riuscivamo appena a sopravvivere. Facevamo ancora coltelli “poveri per i poveri”, i nostri clienti erano prevalentemente contadini e pescatori Calabresi e Siciliani, la rete vendita era “fissa” fatta da clienti, molto fedeli, che dal 1926 mio nonno aveva accumulato perché “loro” lo avevano cercato. Non esisteva una rete agenti.
Prudentemente inizio a scegliere prodotti da taglio da affiancare alla nostra produzione organizzandomi in maniera tale che potessi acquistarli, almeno all’inizio, dopo averli venduti.
L’ampliamento della gamma, e soprattutto la presenza di una offerta più moderna, mi consentire di iniziare ad avere una rete agenti che copriva il centro Italia. La nostra classica produzione veniva ancora venduta al sud, a clienti storici, ma quando vi erano gli avvicendamenti generazionali si perdeva la fedeltà di un tempo e ci sostituivano con prodotti più economici, nonostante i nostri fossero già economicissimi.
A livello di produzione riesco solo a far modernizzare la produzione dei coltelli Pattadesi destinati alla Sardegna dove sapevo esserci un mercato importante che non raggiungevamo perché non avevamo il prodotto adeguato. Mi interesso direttamente delle vendite in Sardegna che diventano presto il 25% del fatturato globale.
All’inizio degli anni ’90 il fatturato che avevo trovato è decuplicato. Posso iniziare a pensare di aver conquistato un po’ di autorevolezza per iniziare ad intervenire sulla produzione tradizionale destinata al sud.
L’occasione si presenta nel Settembre del 1991, quando ad una conferenza organizzata dal Centro di Documentazione e Ricerca sui Ferri Taglienti di Scarperia mi colpiscono due affermazioni:
Luciano Salvatici (Maestro di scuola elementare diventato studioso di coltelleria italiana):
abbandonate le produzioni dozzinali ed imbastardite degli anni ’50
iniziate a produrre coltelli tradizionali, semplici, con manici in corno
destinateli ad appassionati e collezionisti di alto livello
Christian Moulin (Direttore Commerciale della “Forge de Laguiole”):
abbiamo riportato la produzione del più tipico coltello francese nel suo luogo d’origine
lo abbiamo riproposto esclusivamente nella sua versione di maggiore qualità come elemento che consenta a ciascuno di noi di riscoprire le proprie origini e di riappropriarsi di quella identità agricola che tutti ci accomuna
l’identità che ci fa riconoscere nel coltello artigianale un elemento fondamentale della vita dell’uomo una qualità’ capace di soddisfare i clienti più esigenti senza arrivare ad esoterismi da iniziati
Queste semplici affermazioni mi hanno cambiato la vita. Sono quella luce lontana verso la quale mi sono incamminato costituendo quella innovazione che ha trasformato le Coltellerie Berti in una Bottega Artigiana fortemente innovativa.
Con grande fatica convinco mio padre a mettere in produzione alcuni coltelli della tradizione, non è semplice, non sappiamo neppure a chi venderli, ma la rivoluzione inizia, per adesso più nella mente che nel mercato.
Nel 1992 con l’aiuto di un Consulente di Direzione viene avviato un controllo di gestione molto articolato e complesso attraverso il quale emerge con chiarezza che la vecchia produzione ci fa perdere dei soldi e l’azienda sta in piedi per la parte commerciale.
Tra il 1992 ed il 1995 progressivamente viene abbandonata la produzione dei coltelli che chiamavo “poveri per i poveri” e cerco di consolidare la produzione di un primo nucleo di coltelli che successivamente prenderanno, proprio in Coltellerie Berti, il nome di Regionali Italiani. Continuiamo a vivere con la vendita di prodotti commercializzati. Il Fatturato continua a crescere.
Finalmente nel 1995 siamo pronti per presentarci alle prima fiere internazionali con un primo nucleo di 16 coltelli regionali, qualche coltello da cucina che avevo modernizzato e tutta l’offerta dei prodotti commercializzati. La prima fiera fu EXA, poi Macef, Ambiente a Francoforte e Maison & Objet a Parigi. Più tardi Tokyo ed Istambul, giusto per citare le principali.
Proprio per affrontare la prima importante fiera nel Gennaio 1995: Macef a Milano inizio la collaborazione con uno studio di grafica ed un copywriter. La collaborazione continua ancora oggi e sono stati in realtà determinanti nel definire e dare forma all’idea di coltelleria che avevo. La grafica, il tono dei testi, il modo di presentare i prodotti da allora è rimasto invariato.
Dal 1995 il concetto di coltello tradizionale assume un significato ben preciso in Coltellerie Berti: deve essere prodotto a mano, senza divisione del lavoro, usare materiali selezionati, avere salde radici nella Tradizione, ma solo radici non replicare pedissequamente la Tradizione, ed essere destinato all’uso comune, non “per iniziati” come diceva Christian Moulin nel 1991.
Credo di poter affermare che l’unico caso simile fosse quello della “Forge de Laguiole” in Francia, tutti gli altri produttori di coltelli che ho incontrato erano rivolti al mercato “producendo cosa sarebbe stato facile vendere” oppure producevano oggetti tecnologici dove tutto l’accendo ero spostato sulla capacità di taglio e sulla robustezza. Per la “Forge de Laguiole” e per le Coltellerie Berti il coltello era principalmente elemento di testimonianza culturale, fondamentale per risolvere le quotidiane necessità di taglio che si manifestano nella vita dell’uomo dotato di una qualità’ tecnica capace di soddisfare i clienti più esigenti senza arrivare ad esoterismi da iniziati.
Nel periodo tra il 1995 ed il 2000 con lo spirito appena descritto tutta la produzione di Coltellerie Berti si trasforma arrivando a produrre circa 1000 nuove referenze tra coltelli da tasca regionali, coltelli da bistecca, coltelli da cucina ed altro. Iniziano collaborazioni con Chefs e Designers. Nascono prodotti innovativi che lasciano un segno nella produzione Coltellinaia Italiana. Alcuni nostri prodotti raggiungono il MOMA. I Coltelli Berti raggiungono prima i più prestigiosi ristoranti e negozi di articoli per la casa italiani e poi dei principali paesi del mondo. Tuttavia si tratta di vendite di nicchia che non sviluppano quelle vendite che la notorietà ed il posizionamento conquistato farebbero presagire.
Nello stesso periodo viene aperto un nuovo negozio a Scarperia e finalmente nel 2000 abbandono la vendita dei prodotti commercializzati tornando ad essere ciò che amavo: un produttore “puro”.
Nel 2022 vendo l’azienda ad una società appartenente ad un gruppo bresciano: ho oramai quasi 70 anni il mercato è molto cambiato, i miei figli non desiderano portare avanti in prima persona l’attività di Famiglia, così mi è sembrato un modo per dare continuità e sviluppo a quanto costruito in tanti anni di duro lavoro, anzi durissimo.
Oggi sono Presidente del Consiglio di Amministrazione, mi occupo di prodotto ed immagine. Sto lavorando all’apertura di un museo sulla Coltelleria, per esporre parte degli 8000 coltelli della mia collezione privata.
Il mio pensiero in breve
Per i colleghi artigiani, sia di settore che no, non sono un Artigiano perché non so fare un coltello, anzi per essere più precisi non sono neppure bravo ad affilarlo, ho lavorato in produzione solo pochi mesi.
Mi permetto di dissentire e rivendico con orgoglio di essere un Artigiano Coltellinaio perché per me essere Artigiani coincide più con uno stato dell’animo, con un atteggiamento che con un saper fare. Tutto ciò che produce e che è stato prodotto da Coltellerie Berti 35 anni a questa parte, compreso il modo di produrre è frutto di mie idee e di miei progetti, seguiti giornalmente a fianco di chi materialmente li stava realizzando, sinceramente mi sembra più che sufficiente per autodefinirmi Artigiano.
Essere Artigiani non è solamente un insieme di elementi contingenti: alzarsi, lavorare, coricarsi, e non è neppure un saper fare ed avere abilità manuali e/o organizzative. Per essere Artigiani è invece sicuramente necessario avere caratteristiche antropologiche precise,
Essere Artigiani significa scoprire di avere Amore per la Tradizione: uno sforzo metafisico ontologico che cambia profondamente il risultato del proprio lavoro e perfino il nostro modo di essere. Attenzione verso “l’Umanità”, la “Libertà” e “L’Amore verso il proprio lavoro”: è da questi atteggiamenti che discendono tutte le qualità, quando ci sono, del lavoro artigianale.
In un quadernetto degli anni ’50 del secolo scorso, un piccolo diario di un “garzone”, propone nella prefazione, un po’ faziosa e scritta in maniera vetusta, l’Artigiano come un essere “Antropologicamente” diverso e secondo l’autore da preservare proprio per le caratteristiche di Umanità, Libertà ed Amore che lo contraddistinguono.
Non ritengo, come invece molti Artigiani fanno, che si debbano chiedere azioni di sostegno economico e conservazione dell’Artigianato da parte degli Stati, credo poco, molto poco, in questi tipi di aiuti: significherebbe porre l’Artigianato in un ambito museale, ovvero riconoscergli che non essendo più apprezzato ed utile all’uomo moderno lo inseriamo tra ciò che merita essere custodito tra le memorie di un tempo lontano.
Prima che economici i problemi di sopravvivenza di una attività umana sono culturali con tutte le conseguenze che ne discendono. Sarebbe sufficiente che per l’Artigianato manifatturiero succedesse quello che è successo dopo la nascita di slow food per il mondo enogastronomico:
il riconoscimento di un valore sociale universalmente percepito
Nell’ottenimento di questo importante obiettivo possono essere utili le Amministrazioni pubbliche dopo che avranno avvertito di quale Artigianato si stia parlando.
Il sostentamento economico dall’attività Artigianale deve provenire dal mercato mentre la capacità di dare continuità alla propria bottega è una abilità richiesta all’Artigiano.
Oramai settantenne posso dire di aver dedicato la mia vita non solo a produrre coltelli artigianali per trarne sostentamento per la mia Famiglia, ma anche a cercare di indagare una delle prime attività umane (l’Artigianato) ed uno dei primissimi utensili (il Coltello) di cui gli ominidi si sono dotati imprimendo attraverso di esso un notevole sostegno alla evoluzione umana. Entrambi oggi non sono più indispensabili, molte delle nostre giornate possono trascorrere senza incontrare un prodotto artigianale e senza usare un coltello (persino a tavola), così che piano piano la nostra mente sta dimenticando che per arrivare all’Intelligenza Artificiale sono stati necessari millenni di Artigiani e di uso quotidiano del Coltello. Per fortuna ci sono molti libri interessanti su entrambi gli argomenti e persone desiderose di leggerli.
In me ci sono ancora tracce di uno stile di vita maggioritario per millenni e che oggi è diventato di nicchia: consumare poco, lentamente e consapevolmente. Sento il bisogno di esprimere queste mie idee con il mal celato scopo di stimolare interesse e spingere verso approfondimenti che potranno essere fatti con la lettura di libri più completi e sistematici.
“Ci sono uomini che sanno tutto,
peccato che questo è tutto quello
che sanno.”
Niccolò Machiavelli
